PRIVACY - leggende popolari e vere contraddizioni

Presunti furti di anime e reali perdite di memoria collettiva.

Prendo spunto da una mostra volutamente provocatoria di qualche anno fa per riflettere su un argomento che mi pare molto più importante di quanto sembri essere consideraro: la memoria fotografica del nostro tempo.

 

Questo interessante articolo di Gabriele Caproni sviscera molto bene il problema, Il cuore dell'articolo nonché spunto di questa riflessione è:

 

"Il recente millennio avrà, almeno in Italia e in pochi altri strutturati Paesi, scarsa documentazione sulla società oggi contemporanea e sui suoi comportamenti.

Là dove la fotografia è registrazione e memoria, ci saranno dei vuoti di memoria.

Il nostro presente rischia di non diventare immagine per il futuro.

Le più raffinate abilità nel raccontare l’evoluzione della società italiana, i comportamenti, le mode, resteranno forse inespresse."

Questo non certo perché non vi siano fotografi interessati alla documentazione della realtà ma a causa di una tanto diffusa quanto anomala e talvolta distorta (rispetto a gran parte del resto del mondo sviluppato) percezione del concetto di privacy.

 

Già di per sé l'argomento è complesso e poco si presta a semplificazioni ed estrema sintesi, per cui evito di addentrarmi nella intricata matassa di leggi, norme, interpretazioni, sentenze, ecc. Ricordo solo, quale premessa generale, che in luogo pubblico e/o aperto al pubblico senza controllo d'accesso, chiunque può fotografare chiunque e qualsiasi cosa, con l'eccezione delle strutture militari (in realtà argomento di lana caprina, ma che alla luce dei recenti e tragici atti terroristici è saggiamente meglio non approfondire e prendere per buono il divieto) e di coloro che esprimono in modo esplicito la volontà di non essere fotografati (laddove siano i soggetti principali della foto, dato che non è che si possa chiedere a qualcuno di non fotografare il Colosseo semplicemente perché si rischia di essere ripresi).

E' il caso di specificare che riprendendo chi abbia espressamente chiesto di non farlo, non si viola in alcun modo la legge sulla privacy o altre leggi assimilabili ma si rischia di incorrere nel reato di molestie: il punto non è che si fotografa qualcuno, è che si sta molestando qualcuno. Sottolineo che la molestia scatta se si stava cercando di fare un ritratto o qualcosa di simile, non certo se si sta fotografando una piazza, un monumento, un panorama, ecc.

 

Tanto per dire che il più delle volte in cui qualcuno, investito o meno di qualche minima autorità, ci impone di non fotografare mentre siamo in un luogo pubblico, in realtà sta commettendo un abuso e/o una prevaricazione.

 

ATTENZIONE però: fotografare e pubblicare NON sono la stessa cosa, se è vero che in linea di massima in luogo pubblico nessuno ci può legittimamente vietare di scattare, è altrettanto vero che le leggi al momento in vigore (aprile 2016) limitano molto la pubblicabilità su siti, mostre o in qualsiasi luogo esposto al pubblico di immagini di persone che non abbiano dato specifico consenso.

Volendo approfondire, un buon punto di partenza è questo schema sul sito di Tau Visual, autorevole associazione di fotografi professionisti.

In ogni caso se cercherete in rete vi renderete conto che i pareri, anche limitandosi a quelli realmente autorevoli, non sono purtroppo univoci, anzi spesso danno interpretazioni assai diverse.

 

Al di là dell'aspetto legale, ciò su cui vorrei però riflettere è: cosa porta tanta gente a pensare che essere fotografati comporti di per sé un qualche danno, una qualche violazione dei propri "diritti"?

Nel terzo millennio, in occidente, forse c'è ancora qualcuno che pensa che la fotografia rubi l'anima???

Tutto è possibile, ma onestamente mi pare improbabile.

Quindi perché? Onestamente non riesco d immaginare ragioni razionali.

Forse il timore che la propria "immagine" venga sfruttata a fini commerciali? Che qualche ricco fotografo "speculi" guadagnando montagne di denaro con fotografie che ci ritraggono?

Leggendo alcuni commenti su Facebook verrebbe da pensarlo.

Eppure non credo siano rimasti in molti a non sapere che con le foto non ci si arricchisce, nemmeno se il soggetto fosse Brad Pitt o Angelina Jolie, che essendo persone famose non potrebbero opporsi né allo scatto né alla pubblicazione, figuriamoci che valore possono avere le immagini di illustri e normali sconosciuti.

Quindi? Perché? Non lo so, se avete ipotesi vi prego di condividerle nei commenti, mi piacerebbe davvero capire.

 

E' interessante notare che il problema è così manifesto in pochissimi stati, ad esempio nel mondo anglosassone (USA e GB) storicamente la situazione sotto il profilo legale è chiara: fotografi chi e cosa vuoi SE tu e il soggetto vi trovate in luogo pubblico, pubblichi e diffondi le foto come ti pare, purché non abbiano scopo commerciale (pubblicità), se esponi o inserisci le foto in un libro che vendi non c'è problema, se invece le vendi alla CocaCola, devi contattare il soggetto ed accordarti economicamente. Semplice e lineare.

Al di la del legale, ciò che è interessante notare è che la percezione diffusa verso la fotografia nella maggior parte del mondo occidentale è diversa da quella italiana, questa percezione di fastidio, di chiusura mentale, una sorta di senso di "possesso" della propria immagine, di violazione di presunti diritti che tali non sono.

Sarà il nostro individualismo ipertrofico? La nostra propensione per le regole e la burocrazia, però da imporre agli altri e non a noi stessi? Non saprei.

Fatto sta che questo atteggiamento rischia di generare un danno culturale potenzialmente ingente.

 

Tutti noi abbiamo amato gli scatti di Cartier-Bresson, Doisneau, Berengo Gardin, Steve McCurry, Winogrand, Vivian Maier, Friedlander, Robert Frank, ecc. Ebbene, il fatto è che le generazioni future, per quanto concerne l'Italia, non avranno un analogo patrimonio documentale ed artistico, questo a causa della distorta percezione popolare di cui parlavamo prima.

Io mi chiedo e chiedo a chiunque capiti di leggere queste righe: ha senso? Ne vale la pena?

Davvero vi sono in gioco diritti tali da privarci di un patrimonio così importante se non altro dal punto di vista storico?

A questo proposito vi segnalo anche questo interessante articolo di Michele Smargiassi su Repubblica.

"Se qualcuno mi vieta preventivamente di comunicare agli altri con le fotografie quello che ho visto, prima o poi mi vieterà di comunicare agli altri con le parole quello che ho pensato, e allora la pecetta, simpatico attrezzo dei giornalisti di una volta, anziché sugli occhi, nella prossima edizione della mostra Vietato!, dovremmo metterla sulla bocca."

 

Sostanzialmente condivido il pensiero la posizione di Smargiassi: non mi pare che sussistano ragioni sostenibili per privarci di un tale patrimonio, fatto salvo ovviamente il rispetto dovuto a chiunque ed alla sua dignità, premessa etica e di buon senso, prima ancora che di legge che chiunque decida di occuparsi di reportage non può non far propria.

Ovviamente questo è solo il mio parere ed essendo io un fotografo, per quanto mi sforzi di mantenere una visione obiettiva, è senz'altro un parere di parte.

 

Non pretendo di avere in tasca soluzioni semplici né risposte esaustive, però credo sia evidente che le leggi fumose e talvolta contraddittorie tipiche del nostro paese non aiutino, né aiuta il disinteresse istituzionale verso l'arte in generale e la fotografia in particolare che da sempre è la cenerentola delle arti.

Disinteresse che, se da una parte non crea le condizioni per uno sviluppo concreto e diffuso delle pratiche artistiche, dall'altra non favorisce nemmeno la diffusione di quella cultura di base necessaria a leggere, comprendere, valutare e "gustare"  i fenomeni di espressione artistica.

 

Insomma, come al solito, ho molte più domande che risposte, ma quello che credo sia indiscutibile che un intervento normativo che faccia chiarezza è ormai tanto indispensabile quanto urgente!

 

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